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Il mondo del sumo raccontato da un italiano in Giappone
大相撲について イタリア人が イタリア語で語る

Cari amici appassionati del grande sumo ben ritrovati. Stamattina mi sono seduto davanti al computer con l’idea di condividere con voi il classico recap di fine torneo, per tirare le somme di quanto accaduto, di quanto potrà accadere in futuro e per commentare assieme a voi l’operato dei protagonisti del recente basho, sia di quelli positivi sia di quelli in negativo (come d’abitudine). E invece? E invece no, dovrete attendere ancora un po’ per questo.

Come ben sapete mi piace seguire il mondo del grande sumo a 360 gradi, e fra le fonti “fuori dal dohyo” trovo stimolante la lettura dei vari commenti di appassionati, curiosi e (purtroppo) quelli che io chiamo “tifosi”. Non fraintendetemi, non mi interessa trovare spunti su polemiche, flames o cose del genere, ma, sommando tutte le varie interazioni con i canali social di addetti ai lavori e pagine tematiche sul grande sumo si riesce ad avere il polso di come la gente percepisca esternamente quanto avviene sul dohyo e dintorni.

Ciò che mi ha dato lo spunto per la riflessione che state leggendo viene da due matrici diverse che, a mio avviso, possono essere fatte convergere: Aonishiki non è invincibile e Hoshoryu è uno yokozuna che non sa vincere.

Questi due temi sono al momento ridondanti, ma conducono alla stessa problematica generale: l’obbligo della vittoria.

Cercherò di essere più sintetico possibile, ma già sapete che quasi sempre non riesco a mantenere fede a questo proposito pertanto mettetevi comodi e partiamo.

Praticare uno sport a livello amatoriale aiuta a mettersi in discussione con diverse cose; le proprie capacità fisiche, la propria tenuta mentale, la voglia di confrontarsi con se stessi nei limiti delle regole della disciplina scelta. Il passaggio successivo è il livello agonistico, dove si porta l’esperienza maturata all’inizio verso il livello massimo , nel confronto non più solo con se stessi ma con gli altri. Per fare ciò si passa attraverso diversi livelli crescenti dove i traguardi sono via via più difficili, la richiesta di tempo, impegno e costanza crescono in modo esponenziale ma anche le soddisfazioni diventano più grandi. Quando si arriva ai massimi livelli però entra in gioco un ulteriore fattore di confronto, quello con il pubblico. Se all’inizio avere dei sostenitori ed appassionati che guardano le nostre performance è un grosso stimolo è perché si vede al pubblico come ad un fattore completamente esterno, che sostiene lo sport e i suoi attori mosso dalla semplice passione dell’appassionato non praticante. Lo sportivo praticante trova soddisfazione nell’allenamento, nella pratica e nel confronto, l’appassionato non praticante trova la soddisfazione nell’osservare lo sport con lo scopo di vederlo portato ai massimi livelli. E fin qui ci siamo no? Però, abbiamo parlato di vari livelli, di tappe intermedie… In quanti, praticanti di qualsiasi sport arrivano ai massimi livelli agonistici? Pochi, spesso pochissimi. In quanti superano questo livello imponendo nuovi limiti e canoni al proprio sport che restano come nuovi esempi di massima qualità esprimibile? Beh parliamo di figure spesso più uniche che rare. E come cambiano i rapporti con la propria disciplina per i praticanti e per gli appassionati?

Un atleta che arriva ai massimi livelli si ritrova ad avere quel famoso pubblico sostenitore che inizia a dividersi in due; da un lato i fan, i sostenitori sempre pronti a dare stimoli positivi e a superare i momenti difficili e meno proficui, dall’altro, invece i detrattori, quelli che cercheranno sempre un modo per minimizzare il valore dei successi e di sottolineare errori e problemi. Essere vincenti divide. L’atleta trarrà ovviamente stimoli positivi ed utili dai sostenitori e dovrà stare attento a non subire l’eco negativo dei detrattori… ma.. trattandosi di due facce della stessa medaglia dovrà anche imparare a non adagiarsi sulle lodi e a trasformare critiche e pressioni in energie positive.

E questo come si fa? Beh da buoni sportivi allenandosi, facendo esperienza e traendo insegnamenti dalle vicissitudini affrontate nel percorso della propria carriera.

E i sostenitori? Ma cos’è che vogliono questi fantomatici appassionati che invece di praticare si limitano ad osservare gli altri? Beh senza entrare nel merito che un qualcosa possa destare interesse senza necessariamente portare alla pratica, direi che possiamo suddividere i sostenitori in diversi gruppi che influenzano l’ambito del consenso in diversi modi.

Ci sono gli appassionati della disciplina, quelli che amano uno sport per quello che è, per le sue regole, per le modalità o gli scenari in cui si pratica, ma che ricercano soddisfazione nel vedere tale sport portato ai massimi livelli, a prescindere dai protagonisti.

Ci sono poi, dall’altra parte, i sostenitori dei protagonisti di uno sport, che amano si la disciplina ma che trovano poi maggiore soddisfazione nel vederla praticata da un determinato atleta piuttosto che un altro anche se di pari livello , e ciò avviene perché tali persone mettono sullo stesso livello piani diversi valutando contemporaneamente ambiti diversi quali la qualità sportiva e le caratteristiche umane dell’atleta. Per capirci, uno sportivo che ci sta simpatico è considerato più bravo di un altro, spesso a prescindere dalla qualità sportiva (e da qui si passa da sostenitore a tifoso).

Tutto ciò porta gli atleti di vertice a subire estreme pressioni esterne che sfociano nel cosiddetto “obbligo alla vittoria”.

Alcuni diventano più forti grazie a questa pressione riuscendo a trarne stimolo e forza mentale, altri subiscono ma riescono a superarla grazie alla qualità sportiva delle proprie prestazioni, altri invece collassano e vedono peggiorare le proprie prestazioni perché affetti da una insufficiente tenuta psicologica. E in questi passaggi che poi si costruisce la differenza fra campioni, fra campioni vincenti e fra quelli che diventeranno leggende entrando nella storia della propria disciplina.

Un campione può arrivare ai massimi livelli, vincere ma non riuscire ad avere continuità nel suo successo. Un campione vincente riesce ad arrivare in vetta e trovare nel tempo modo di restare sempre fra i migliori piazzando vittorie e continuità di risultati. Le leggende invece sono quelli che riscrivono i record, spostano l’asticella della vetta più in alto con nuovi canoni di continuità e qualità.

Da parte di un atleta abbiamo visto che arrivare più in alto richiede di migliorarsi continuamente e di portare il proprio livello al massimo possibile confrontandolo poi con gli altri, ma l’appassionato cosa vuole? Beh l’appassionato vuole che lo sport regali la qualità al livello più alto possibile regalando emozioni ma spesso si incappa nel paradosso del campione.

Per vedere uno sport praticato al massimo livello dovremmo vederlo praticato da un singolo campione o da tanti campioni? Se tutti i praticanti fossero campioni non ci sarebbe confronto, o meglio, non ci sarebbe grande varietà di confronto rendendo tutto meno interessante e piatto. La bellezza sta nella varietà e nell’incertezza.

Ecco, spesso, il popolo degli appassionati di uno sport ricade in questa fallacia di pensiero, richiedendo un eccesso di campioni, richiedendo ai protagonisti di arrivare ad un certo livello per la propria fame di qualità nello sport che seguono, spesso dimenticando che tali livelli vanno costruiti e raggiunti, che non tutti possono avere il percorso lineare di una leggenda e soprattutto che, per considerare uno bravo, per considerare una prestazione eccezionale è sempre necessaria l’altra parte della medaglia.

Ma non stavamo parlando di sumo? Beh si, ma ritengo che la digressione in senso generale possa aiutare a comprendere il perché è perfettamente normale che Aonishiki possa chiudere un torneo a 7-8 passando dal poter diventare Yokozuna ad essere kadoban, a capire perché è normale che Hoshoryu perda qualche match “random” e che per lui sia più difficile vincere un basho rispetto ad altri lottatori, che sia normale che un rikishi abbia momenti di difficoltà nelle prestazioni o nei risultati e che è normale se un lottatore arriva a stabilizzarsi sul banzuke su un certo livello per diversi tornei se non anche per diversi anni.

Aonishiki ha 21 anni, ha risalito i rank come un razzo, ha portato sul dohyo un sumo particolare, solido ed efficace sia in difesa che in attacco unito ad un fisico massiccio ma rapido nei movimenti ed un’ottima attitudine psicologica. Questo lo rende imbattibile? Certo che no. Gli avversari si adattando incontro dopo incontro, la pressione sale ad ogni vittoria e ad ogni rank e la richiesta da parte del pubblico e degli addetti ai lavori è sempre più alta. Un Torneo make-koshi ridimensiona questo ragazzo? Assolutamente no. E’ semplicemente uno step nella sua carriera, un’opportunità di crescita, di autocritica, di ricerca dei propri errori per lavorare nel miglioramento di se stesso. Ne uscirà semplicemente più forte e consapevole.

Hoshoryu è uno di quei personaggi che divide senza mezzi termini. C’è chi lo ama e chi lo odia, ma dobbiamo andare a fare un analisi del suo sumo, delle sue prestazioni e dei suoi risultati senza farci distrarre da simpatie o antipatie che la parte umana, quella del “personaggio” possono apportare. Hoshoryu è un lottatore tecnico, per scelta o per massimizzazione delle caratteristiche fisiche è portato ad eccellere nello yotzu e a non poter combattere in stile oshi semplicemente avanzando e spingendo. Manco se arriva a 200 kg. I suoi punti di forza sono gli scontri a contatto, chiudendo la distanza e giocando sull’equilibrio; mantenerlo e toglierlo all’avversario. Per fare questo è necessario riuscire ad avere forza nelle prese, tempismo e forza esplosiva nel piazzare ribaltamenti o proiezioni e, ovviamente grande capacità di lettura sull’avversario per difendere al meglio e trovare il giusto spazio e tempo nell’attacco. Tutto ciò, ovviamente, rende il suo sumo difficile da essere imposto all’avversario, aprendo alla possibilità di sconfitte “random”, ossia inattese magari anche con avversari meno forti perché, alla fine si tratta sempre di due atleti fra i 42 più forti al mondo in un cerchio di quattro metri e mezzo di diametro e qualsiasi piccolo dettaglio può portare a conseguenze decisive. Ritengo che il difetto più grosso di Hoshoryu non stia nel suo stile più rischioso ma nella sua attitudine ad una eccessiva prudenza in determinate occasioni. Vi dirò di più, secondo me tale caratteristica è stata accentuata maggiormente nel passaggio ad ozeki e ancora di più con la promozione a Yokozuna, e ritengo sia figlia della duplice pressione che arriva dalle necessità della J riguardo la figura dello yokozuna in senso ampio e dalla sua voglia di dimostrare a tutti, sempre e comunque, di essere degno del rank raggiunto. Come ho già detto in qualche colonna precedente, Hoshoryu è sempre li a lottare per il yusho, e la differenza fra vincere ed essere sempre in lotta per la vittoria è sottile e beffarda, ma credo sia molto dovuta a questa sua eccessiva prudenza che snatura la necessità di essere incalzante e aggressivo come richiesto dal suo stile di sumo per essere efficace.

Hakkeyoi!

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Quote of the week

“Like a demon, you all go out to win. When you step out of the ring, you are gentle. For me that’s what dignity is. Yokozuna sumo… no matter if you are young or if you are old, even if you are a nice person, a good Yokozuna, if you don’t get results on the dohyo you should retire. I believe that winning is Yokozuna sumo

~ Hakuhō Shō